Global Analysis from the European Perspective. Preparing for the world of tomorrow




Il crollo demografico dell’Italia; Dal 2080 gli Italiani saranno una minoranza nel proprio paese

I numeri ufficiali dicono che la popolazione italiana stava crescendo fino al 2015, mentre nel 2016 è leggermente diminuita. Le proiezioni Eurostat dicono che la popolazione di stabilizzerà nei prossimi decenni. Tuttavia, il numero dei cittadini indigeni sta diminuendo ad una velocità impressionante: ogni anno di circa 250 mila persone e questo declino è destinato ad accelerare, il che significa che lo scenario delle proiezioni Eurostat può essere raggiunto solo tramite una immigrazione di massa dall’Asia e dall’Africa. Attualmente, il gruppo più grande di stranieri in Italia è quello dei romeni, ma il flusso dai paesi dell’Europa orientale sta diminuendo rapidamente. Anch’essi infatti, come quasi tutti i paesi dell’Europa, a partire dall’Italia, stanno affrontando un drammatico declino demografico. La stagnazione economica del Belpaese non ne fa inoltre una primaria destinazione per immigrati dal resto d’Europa.

Se ci atteniamo alle proiezioni Eurostat, nel giro di 60 anni o anche prima, in caso di aumento dei flussi migratori, il 50% degli abitanti della penisola sarà di origine Asiatica o Africana. Questi dati non sono un segreto del nostro team, ma in possesso di demografi e ricercatori di statistica. Le autorità italiane ed europee ne sono altrettanto consapevoli, in quanto l’immigrazione è regolarmente presentata come misura per ovviare l’invecchiamento della popolazione e rimpolpare il ‘’Vecchio Continente’’ di forze giovani.

Il tasso di fertilità italiano (di donne italiane e naturalizzate), cioè il numero di figli per donna, è di 1,34, ben al di sotto dei livelli di rimpiazzo di 2,1. Numeri simili si possono riscontrare nella maggior parte del continente europeo, ma anche in Giappone e Corea del Sud. La differenza è che le autorità giapponesi si attendono una diminuzione della popolazione del 60% per fine secolo, mentre le autorità europee prevedono una crescita demografica. Perché questa differenza nelle proiezioni? Perché le autorità europee hanno deciso di rimpolpare i propri paesi con i migranti, mentre quelle di Tokyo preferiscono altrimenti. Queste ultime preferiscono non rimpiazzare i propri cittadini, ritenendo che in tal caso, la nazione giapponese cesserebbe di esistere, se non nominalmente.

Per meglio capire gli sviluppi demografici, il team Gefira ha sviluppato un software di simulazione demografica chiamato Cerberus 2.0. Nel programma sono stati inseriti milioni di dati provenienti da Eurostat e dalle agenzie statistiche nazionali europee. Per quanto riguarda l’Italia, Cerberus 2.0 parte dall’anno 1985, il primo anno di cui vi è una completezza di dati per quanto riguarda morti e tasso di fertilità. Il programma utilizza tassi di fertilità in base all’età, e mortalità per ogni anno. Il numero dei nuovi nati può essere calcolato dai tassi di fertilità per età moltiplicati per il numero di donne ogni anno, determinando il numero di nati e morti per ogni segmento di età.

Le proiezioni più precise sono quelle senza flussi migratori, e lasciano pochi dubbi riguardo al futuro della nazione italiana.

Iniziando dal 1985, Cerberus 2.0 ha calcolato che la popolazione italiana oggi dovrebbe essere di 55 milioni di persone. Secondo l’Istat, in Italia ci sono 60 milioni circa di persone, il che significa che 5 milioni sono immigrati, confermato da dati e dallo stesso software.

Per le proiezioni dal 2016, Cerverus 2.0 utilizza tassi di fertilità e mortalità di quest’ultimo anno, dando un’accurata stima della futura popolazione italiana.

Senza un cambiamento drastico nell’orientamento verso la vita familiare e la riproduzione nelle società occidentali, i tassi di fertilità non miglioreranno. Un relativo numero più alto di figli in alcuni paesi più alti è dovuto agli immigrati di prima generazione. Ad esempio il tasso di fertilità complessivo nei Paesi Bassi è 1,67, mentre quello delle donne olandesi è di 1,5.

Le aspettative di vita non cambieranno in maniera significativa il quadro demografico. I tassi di mortalità fino ai 65 nei paesi europei sono così bassi che difficilmente si potranno ottenere miglioramenti a riguardo. Le aspettative di vita degli anziani possono aumentare, ma non andranno ad intaccare i tassi di fertilità in maniera rilevante. La fertilità normalmente finisce a 55 anni. I demografi conoscono bene il futuro delle popolazioni indigene europee, uno scenario di estinzione, ma c’è poco dibattito a riguardo.

Un largo gruppo di esponenti delle scienze sociali ritengono che i migranti dal Marocco, dal Mali o dalla Nigeria assorbiranno la cultura italiana e diventeranno parte integrante della nazione italica. La risposta più comune alle critiche di questo approccio teorico è che ‘’i problemi spariranno dopo la seconda generazione’’ o che ‘’sarà come negli Stati Uniti’’ dove vi sono Italo-Americani, Sino-Americani, Afro-Americani e così via. In altre parole, nel giro di un paio di generazioni, non vi saranno differenze se non per il superficiale colore della pelle. Opinioni differenti sono tacciate di razzismo e trattate in maniera tale. La discussione della società civile si focalizza sulla velocità e dimensioni del fenomeno migratorio e sugli aspetti integrativi.

Il futuro tuttavia potrebbe non essere ‘’come gli Stati Uniti’’. Il presente non lo è già. I problemi non sono ‘’scomparsi dopo la seconda generazione’’. La Francia è ora alla terza generazione di migranti provenienti dalle ex colonie. Più di un decennio orsono, le rivolte della seconda generazione furono snobbate dall’allora presidente Sarkozy come ‘’feccia’’. Questi conflitti non sono scomparsi come invece lo furono quelli tra immigrati Cattolici e Protestanti in America; la violenza è anzi evoluta in regolari attacchi di terrorismo islamico che non trovano paragone nella storia dell’immigrazione americana. Le differenze culturali tra Musulmani e Cristiani non sono le stesse rispetto a Cattolici e Protestanti.

Gli Stati Uniti inoltre non hanno mai avuto sistemi di welfare estesi come quelli dell’Europa Occidentale. Tutt’oggi il sistema sanitario non offre copertura equivalente. Agli immigrati europei in America non è mai stato richiesto di generare surplus per il welfare americano, come invece è richiesto, senza successo, ai migranti del terzo mondo che arrivano in Europa.

I flussi migratori verso gli USA inoltre sono avvenuti in diverse ondate, seguiti da decenni di migrazione minore che hanno consentito l’integrazione delle ‘’seconde generazioni’’. Il flusso migratorio verso l’Europa invece si presenta in una singola ondata, sempre crescente dovuta all’esplosione demografica dell’Africa. Non vi sono pause per consentire l’integrazione. Non sarà quindi come gli Stati Uniti, perché non lo è.

Recentemente, l’investitore Mark Faber è stato aspramente criticato per aver detto che se gli Stati Uniti fossero stati creati dagli Africani, probabilmente rispecchierebbero l’Africa; Faber è stato costretto a chiedere scusa da accademici e giornalisti aderenti al politicamente corretto. Chiunque ritenga che l’immigrazione di massa dall’Africa possa cambiare l’anima di una nazione è censurato come razzista.

Tornando ai dati, nel 2080 secondo le simulazioni di Cerberus 2.0, gli italiani saranno 27 milioni; un numero che si ridurrà a 20 milioni nel 2100. Uno scenario simile a quello predetto dai demografi per il Giappone. Le proiezioni di Eurostat prevedono una foribice di 53-60 milioni di persone in Italia per il 2080, il che significa 25-30 milioni di persone in Italia di origine Asiatica o Africana. Questo potrebbe accadere anche prima, nel caso il trend mostrato negli ultimi anni dovesse continuare ad aumentare.

Mentre il pubblico rimane all’oscuro di questi dati, i policy-makers europei ne sono al corrente. Le flotte militari europee, unite alle ONG Olandesi, Tedesche, Norvegesi e Spagnole hanno traghettato più di 600 mila migranti dalle coste libiche in Italia dal 2014, con piena complicità dei governi italiani. Il ‘’grande rimpiazzo’’ non è un caso. È una politica su cui gli elettori europei non hanno mai avuto una possibilità di esprimere la propria opinione.


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